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	<title>Giuliano D&#039;Aiuto</title>
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	<description>chitarrista</description>
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		<title>Le più belle del mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 21:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[test]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>﻿﻿I fratelli<br />
</strong> Laura e Francesco sono fratelli e tutti e due studiano chitarra: Laura è la più grande frai i due.<br />
Maestro: Laura, se sbagli ancora questo passaggio ti sequestro il fratello!<br />
Laura: guardi Maestro, quello se lo può anche tenere!!!!</p>
<p><strong>﻿﻿Grigliata d&#8217;estate con gli allievi.<br />
</strong>Il Maestro cuoce la carne alla griglia e gli allievi guardano. Si parla del più e del meno.<br />
Ad un certo punto ci raggiungono i genitori. Uno di questi esclama:<br />
Allora questo Maestro com&#8217;è alle griglie?<br />
Davide: impeccabile!!!!</p>
<p><strong>Giorgia, il giorno dopo il saggio<br />
</strong>Maestro: ma Giorgia che fine hanno fatto le unghie?<br />
Giorgia: non lo so,  stamattima mi sono svegliata e non c&#8217;erano più!!</p>
<p><strong>Giulia<br />
</strong>Maestro﻿: allora Giulia, ogni scale maggiore ha la sua re&#8230;&#8230;..?<br />
Giulia: retroguardia!!!!</p>
<p><strong>Veronica, impagabile<br />
</strong>Maestro: Veronica perchè non sei venuta a lezione la scorsa settimana?<br />
Veronica: perchè ero morta!</p>
<p><strong>Aurora, una new entry!<br />
</strong>Maestro: Aurora, non serve che muovi quel dito, può stare fermo.<br />
Aurora: si lo so, ma se lo muovo fa tanta più scena!</p>
<p><strong>Veronica, una autentica sagoma!<br />
</strong><span>Maestro<span style="font-weight: bold;"><span>: </span></span></span><span><span><span>adesso diamo una occhiata a questo brano di J.K. Mertz, siamo intorno al </span></span></span><span><span><span>1850 quindi periodo rom&#8230;&#8230;?<br />
</span></span></span>Veronica<span><span style="font-style: normal;"><span>: romano!!!!</span></span></span></p>
<p><strong>Davide, sempre lui!<br />
</strong>Maestro: ci vediamo a lezione alle 14.30.<br />
Davide: arrivo un quarto d&#8217;ora prima per motivi di trasporto. Se la scuola è aperta faccio tecnica se è chiusa mangio un gelato.</p>
<p><strong><strong>Sebastiano</strong></strong><br />
Maestro: Sebastiano, cosa fa il bemolle?<br />
Sebastiano: toglie alla nota un sedicesimo.</p>
<div id="postwrap" style="line-height: normal;"><strong>Piccolo genio all’esame</strong><br />
Francesca, mamma di Riccardo, (mio allievo di chitarra), di professione insegnante. Mi telefona dopo l’esame di terza media del figlio.<br />
Francesca: ciao Giuliano, come va?<br />
Giuliano: bene, e voi?<br />
Francesca: noi tutti bene.<br />
Giuliano: com’è andato l’esame di terza media di Riccardo?<br />
Francesca: bene, è passato con la media del nove.<br />
Giuliano: però, notevole!!<br />
Francesca: pensa se avesse anche studiato!</div>
<p><strong>Lezione con Davide, ottimo allievo di 12 anni</strong>. … significa un momento di silenzio.<br />
Maestro: hai visto domenica il gol di Ibra?<br />
Davide: … si.<br />
Maestro: piaciuto?<br />
Davide: … si.<br />
Maestro: quale squadra per tifi?<br />
Davide: … Juve.<br />
Maestro: …<br />
Davide: forse Lei l’Inter?<br />
Maestro: si.<br />
Davide: … ma per passare l’esame devo cambiare squadra?</p>
<p><strong>Tommy, prima media</strong>, tifa Yuventus , Maestro tifa Inter. A lezione:<br />
Maestro: Tommy, guarda che quel do non è diesis.<br />
Tommy: è vero, non l’avevo visto.<br />
Rifà il passaggio e commette lo stesso errore.<br />
Maestro: Tommy, ti ho detto tre secondi fa che quel do non è diesis.<br />
Tommy: mmmhhh, è vero !!!!!<br />
Rifà il passaggio e commette di nuovo lo stesso errore.<br />
Maestro: Ma Tommy, ma allora sei proprio un … UN .. JUVENTINO!<br />
Tommy: SI … SI …. TANTO !!!!!</p>
<p><strong>I misteri della musica!<br />
</strong>Francesca, simpatica allieva di 15 anni.<br />
Maestro: scusa Francesca, ma come si suonano le terzine?<br />
Francesca: un pò più veloci del normale!<br />
Maestro: ma cos’è il normale?<br />
Francesca: in questo caso quattro quarti!</p>
<p><strong>Mattia, allievo di 10 anni</strong> alle prime lezioni di chitarra.<br />
Maestro: Mattia hai studiato questo esercizio?<br />
Mattia: si, ma è molto diffcile, ci provo, andiamo alla guerra!</p>
<p><strong>Marco a lezione</strong> (bimbo di otto anni).<br />
Maestro: guarda Marco, se non tieni bene quella mano ti sequestro la mamma o il papà …! Scegli tu!<br />
Marco: e perchè non mi sequestri il fratello?</p>
<p><strong>Il mio collega Walter</strong>, sassofonista, aveva da fare un concerto accompagnato dal pianoforte.  La sera arriva nel teatro e vede il palcoscenico Chiama l’organizzatore al telefono e gli dice:<br />
“Ciao, sono Walter, sono qui in teatro ma non vedo il pianoforte. A che ora arriva?”<br />
E l’organizzatore gli risponde: “Ah non lo so, pensavo lo portassi tu!”</p>
<p><strong>Davide, ottimo allievo di 14 anni.<br />
</strong>Maestro: Davide, questi due pezzi li suonerai al saggio di Natale, va bene?<br />
Davide: a febbraio?</p>
<p><strong>Veronica</strong>, allieva di 18 anni: entra in classe imbronciata, mi indica il dito medio della mano destra mancante di unghia. Mi guarda seria e dice:<br />
“L’ho cresciuta con tanto amore e adesso si è rotta. E adesso cosa faccio?”</p>
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		<title>Distonia Focale</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 20:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Distonia Focale]]></category>

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		<description><![CDATA[La ragione principale che mi ha convinto a mettere in rete la mia esperienza è quella di dare informazioni e possibilità di recupero a quanti, caduti nella tragedia della distonia focale, non sanno come fare per ritornare alla ragione del loro essere, cioè fare musica. Di seguito troverete descritta passo passo tutta la mia avventura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giulianodaiuto.com/wp-content/uploads/2010/04/distonia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-32" title="distonia" src="http://www.giulianodaiuto.com/wp-content/uploads/2010/04/distonia.jpg" alt="" width="220" height="332" /></a>La ragione principale che mi ha convinto a mettere in rete la mia esperienza è quella di dare informazioni e possibilità di recupero a quanti, caduti nella tragedia della distonia focale, non sanno come fare per ritornare alla ragione del loro essere, cioè fare musica. Di seguito troverete descritta passo passo tutta la mia avventura con la malattia e come grazie a pochi ed appassionati uomini di scienza – Silvia Fabregas y Molas e il dott. Jaume Rosset y Llobet  &#8211; sono riuscito a ritornare ad essere un chitarrista che trascorre noiosamente la sua vita con una chitarra fra le gambe, come meravigliosamente diceva Andres Segovia.</p>
<p><strong>C’è una via d’uscita<br />
</strong>(articolo pubblicato sulla rivista trimestrale di chitarra “Il Fronimo” nel numero 130 nell’aprile del 2005)</p>
<p>Nel 1994, a pochi mesi dall’esame di diploma, durante un anonimo pomeriggio di studio notai che il dito medio, quando pulsavo l’anulare, si spingeva un po’ verso l’esterno; usciva, per capirsi, dalla linea delle altre dita. “Che strano” pensai, ma non ci feci molto caso. Sentivo però nei movimenti delle dita della mano destra come un sordo fastidio di fondo; niente di importante, però prima non c’era e pur non impedendomi niente ora disturbava la mia preparazione all’esame finale, al tanto agognato esame.<img title="Continua..." src="http://www.giulianodaiuto.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-45"></span>Sì, perché in quegli anni avevo già abbondantemente superato l’età canonica dello studente diplomando, ero uno di quegli studenti-lavoratori che nel mezzo della vita, invece di occuparsi d’altro, si era innamorato della chitarra ed aveva scoperto attraverso di essa una parte della propria personalità che prima, seppur latente, mai era riuscita ad affermarsi. Dopo qualche mese, ottobre 1994, mi diplomai.Per motivi personali dopo poco tempo caddi lentamente in una depressione che poi si rivelò profonda quanto non potevo immaginare. Lo strumento si trasformò in breve tempo nell’unica cosa nella quale riuscivo a riconoscermi, che mi dava una qualche ragione di autostima. Piano piano questo immergermi sempre più profondamente nello studio mi portò a una sorta di allontanamento dalla percezione della realtà che mi stava attorno. Una di queste realtà era, appunto, lo studio ossessivo nel quale mi ero rinchiuso. Non studiavo la musica, né la chitarra, studiavo come eliminare quel difetto dal dito e lo facevo attraverso lunghe sedute di tecnica e ripetendo senza posa quattro cinque brani che, a quel punto, erano diventati la cosa più importate del mondo. Questa ossessione durò due anni. Poi un bel giorno provai a suonare il preludio 999 di Bach e una scala di do maggiore ed improvvisamente “tutto questo” mi risultò assolutamente ineseguibile. Incominciai a rivolgermi ai medici – neurologi, ortopedici, naturopati, omeopati, fisioterapisti ecc ecc- ma nessuno di questi mi seppe dire nulla di questa disfunzione. La mia mano destra si era depotenziata e le dita facevano movimenti involontari, senza che io potessi fare qualcosa per modificare lo stato delle cose. Un medico riconobbe la malattia chiamandola “il crampo dello scrivano”. Mi propose di fare delle iniezioni di botulino, una tossina che viene usata contro gli spasmi muscolari, ma io al solo pensiero di farmi punturare la mano destra desistetti. Un altro dottore, un luminare della mano, dopo una micro visita (macro onorario però), mi diagnosticò una distonia focale e per la cura mi indicò un neurologo di sua fiducia, che lui definì il migliore. Andai dal migliore ma, per farla breve, presto capì che tutto quello che avrei fatto da lì in avanti, con il migliore o con qualche altro medico, sarebbero stati comunque e solo tentativi. Una terapia, chiamiamola ufficiale, non c’era. Vista l’approssimazione ed il poco interesse che la classe medica riservava alle mie difficoltà pensai che era giunto il momento di mettersi il cuore in pace e fine della storia. Ed invece, e siamo giunti al 2002, parlando sottovoce ad un amico della mia disavventura, poiché della malattia mi vergognavo immensamente, questo mi dice che in Spagna, per la precisione a Terrassa, cittadina a 35 km da Barcellona, c’è una clinica che si occupa esclusivamente delle malattie dei musicisti e che li, con qualche successo, stanno sviluppando una terapia riabilitativa per la distonia focale, appunto la malattia che mi aveva fermato. Telefono a Terrassa e prenoto una visita. Arrivato in clinica mi fanno suonare diversi brani, mi filmano e mi dicono immediatamente che ho una distonia focale al dito anulare della mano destra. Mi spiegano la terapia: si deve applicare al palmo della mano un tutore di plastica al quale vengono agganciati dei ferri sagomati lunghi quanto la lunghezza delle dita. Questi ferri bloccano, a seconda dell’esercizio da eseguire, il dito indice, medio e mignolo, mentre il dito anulare compie dei movimenti forzati che nell’arco di un anno (circa) dovrebbero indurre il dito in questione a guarire. Il dito ammalato cosa fa? Si richiude verso l’interno della mano, nei peggiori casi completamente all’interno della mano fino a rannicchiarsi contro il palmo. Il dito ammalato è assistito da un dito compensatore, nel mio caso il medio, che si fa “carico” di dare un aiuto all’anulare e quindi spinge verso fuori (il primo difetto del quale anni addietro mi accorsi). Il dito indice per aiutare il medio che andava fuori si richiudeva un po’ verso l’interno. Così sono giunto alla clinica di Terrassa. Assicuro che da alcuni filmati visti il mio non era ancora uno dei peggiori casi. Questa malattia colpisce principalmente chitarristi e pianisti, tendenzialmente ad una sola mano ma ci sono casi in cui sono coinvolte entrambe le mani. Questa clinica cura mediamente due musicisti distonici al mese, si può immaginare quindi quanto diffusa sia questa patologia. Tratto caratteristico di tutti i pazienti è l’aver sottoposto le mani ad enormi carichi di lavoro o aver esasperato la ricerca di prestazioni tecniche o ancora aver estremizzato alcune applicazioni della metodologia di studio. Se durante tali periodi è presente anche un disturbo di tipo psicologico o comportamentale la patologia si sviluppa in tempi più rapidi. Altra subdola caratteristica la totale assenza di dolore fisico. Tutto avviene in silenzio. La terapia prevede un controllo ogni due mesi circa per vedere come procede il recupero. Dopo questa visita e ricevute tutte le informazioni necessarie torno a casa e incomincio a pensare sul da farsi. La cura non è a carico del servizio sanitario nazionale per cui medito per benino, e dopo qualche tempo decido di giocare questa ultima carta. Siamo a giugno 2003. Mi reco a Terrassa e ci rimango 15 giorni. Il primo giorno costruiscono il tutore sulla misura della mia mano, mi assegnano sette esercizi e andiamo ad incomiciare. Fra esercizi e tempi di riposo la terapia dura circa due ore e per apprenderla mi ci sono voluti dieci incontri. Mi insegnano tutto, mi fanno mille raccomandazioni soprattutto su quello che non devo fare e mi salutano. Dalla terza settimana di giugno incomincio la terapia a casa.Nei mesi trascorsi a fare ore di esercizi ed a suonare, si fa per dire, brani dalle prime lezioni del Sagreras ho spesso pensato che nulla si sarebbe risolto. Questa sfiducia è durata otto mesi. Io cominciavo a non capirci più nulla perché nei periodici controlli che facevo a Terrassa la terapista ed il dottore che mi seguivano dicevano che le cose stavano andando “molto bene”. Ma come molto bene? mi chiedevo. Io non vedevo tutti questi miglioramenti, sì certo, incominciavo a suonicchiare qualcosa ma tutto a zero di velocità, e allora come sarebbe a dire molto bene? Nonostante i mille dubbi che mi attanagliavano non mollai. Ci sono stati giorni neri, dove ho odiato la chitarra e la mia stupidità per essermi cacciato in un simile pasticcio. Non so né come né dove abbia trovato la forza per proseguire ma sono andato avanti lo stesso. Dopo otto mesi finalmente un bel giorno qualcosa è incominciata a cambiare. Dei piccoli segni ma mi dicevano che forse qualcosa nel mio cervello stava cambiando. Va detto a questo punto cos’è la distonia focale e cos’è che la determina. Essa è una difesa del cervello di fronte al ripetersi infinito degli stessi movimenti. Ad un certo punto di saturazione il cervello delega ad una sua parte più piccola l’onore di questi movimenti delle dita. La “delega” comporta qualche perdita di informazioni e così si verifica la deformazione della pulsazione. A quel punto il cervello ha risolto il suo problema. La terapia serve a convincere il cervello ad accettare dei nuovi movimenti che lui ovviamente non vuol fare. E qui sta la lotta fra le vecchie abitudini e quelle che si vorrebbero nuove, cioè i movimenti corretti. È una lotta durissima, che in più è peggiorata da continui sbalzi di rendimento. La riabilitazione non è quindi progressiva ma è un susseguirsi di miglioramenti e peggioramenti. E quando si peggiora, inspiegabilmente, magari dopo un passo in avanti, il passo indietro fa un male (psicologico) indescrivibile. E anche se lo sai che è così che funziona è tremendo lo stesso. La riabilitazione è una rieducazione dei movimenti delle dita, e si deve fare ogni giorno (ad un certo punto della terapia viene dato un giorno di riposo settimanale). A me è sempre successo che il peggioramento della situazione preludeva ad un miglioramento della stessa. Nel momento in cui scrivo queste note sono passati diciannove mesi da quando ho iniziato la terapia e ho recuperato 60/70% della funzionalità della mano destra. Ho ripreso a suonare brani che solo qualche mese fa erano inavvicinabili, alcuni di questi anche a tempo reale, altri ancora lentamente, facendo attenzione al movimento del dito anulare (applicando allo studio lento i movimenti terapeutici). Non so se riuscirò in futuro a suonare davanti ad un pubblico ma ho ricominciato a suonare a lezione, e per me non è poco, visto che per un anno e mezzo sono stato solo un maestro parlante. Di sicuro si è innestato un meccanismo che non potrà che farmi migliorare. Non so se la mia mano ritornerà come prima, probabilmente no, ma adesso penso che fra qualche tempo potrò suonare provando nuovamente il piacere di una volta (succede già adesso qualche volta). Questa terapia mi ha anche aiutato a capire come vanno trattate le mani, le mie mani, e soprattutto quelle degli allievi a cui insegno a suonare la chitarra. Ho deciso di scrivere questo articolo perché vorrei evitare ad altri colleghi sfortunati di incorrere negli stessi errori che ho fatto io, e cioè perdere tempo prezioso presso strutture inadeguate o farsi spillare fior di denari da medici che nulla sanno (e vogliono sapere) delle patologie dei musicisti. Desidero far sapere che per fortuna c’è una via d’uscita, e questa via d’uscita ha un indirizzo. Desidero ancora far sapere che un buon numero di chitarristi e pianisti dopo la terapia sono tornati al concertismo. Per concludere mi rivolgo a coloro i quali sono incappati in questo brutto pasticcio chiamato distonia focale e che pensano che non ci sia più niente da fare: dico loro che è sempre il caso per tentare un recupero. Chi lo desidera potrà disporre di tutta l’ esperienza che ho maturato fin qui e potrà contattarmi telefonicamente o scrivere delle mail. Anche solo per delle semplici informazioni.</p>
<p>Giuliano D’Aiuto<br />
tel 0431 50357<br />
cell 347 459 1182<br />
giuliano.daiuto@alice.it<br />
magio@giulianodaiuto.com</p>
<p>Institut de fisiologia i medicina de l’art<br />
Carretera de Montcada 668<br />
08227 Terrassa (Barcellona)<br />
tel 0034 93 7844775<br />
fax 0034 93 7844776<br />
www.institutart.com</p>
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		<title>I miei adorabili limiti (un aggiornamento)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 20:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione, sulla rivista per chitarristi il Fronimo e su questo sito, dell’articolo che probabilmente avete appena letto qui sopra. Non potete immaginare la valanga di telefonate ed e-mail che ho ricevuto a seguito di quella scrittura, persone che, colpite da questa terribile malattia, non sanno dove andare per avere delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione, sulla rivista per chitarristi il Fronimo e su questo sito, dell’articolo che probabilmente avete appena letto qui sopra. Non potete immaginare la valanga di telefonate ed e-mail che ho ricevuto a seguito di quella scrittura, persone che, colpite da questa terribile malattia, non sanno dove andare per avere delle risposte alla semplice domanda “perché non riesco più a suonare, che cosa mi è successo?”. A tutti quelli che si sono messi in contatto con me per avere informazioni ho fornito indicazioni e chiarimenti sulla malattia e sulla terapia di riabilitazione: con soddisfazione so che qualcuno è già ritornato alla gioia della musica.<span id="more-43"></span>Mi accingo ora, sempre a seguito di domande da parte dei miei visitatori, ad aggiungere qualche particolare riguardante il dopo terapia. Un piccolo aggiornamento allora. Le domande che mi sono state rivolte sono le seguenti:<br />
1) C’è, dopo la guarigione, il pericolo di ricadere nella distonia?<br />
2) Quanto hai recuperato?<br />
3) Suoni come prima?<br />
 Sono domande molto interessanti perché in qualche modo girano tutte intorno ad un unico tema e cioè il rapporto che deve o dovrebbe intercorrere fra l’uso della tecnica chitarristica ed il chitarrista, fra il chitarrista e la musica, fra la didattica e la musica. Partiamo da lontano allora: ci sono insegnanti che hanno studiato o hanno appreso dall’esperienza ciò che è sano e fisiologico per la mano e ciò che non lo è? Sanno gli insegnanti se la tecnica che insegnano è in linea con la naturale predisposizione che ha il nostro cervello all’apprendere? Ed ancora: sanno i chitarristi (od i pianisti) come si studia senza produrre danni a mani e cervello? Dalla mia esperienza non sono molti quelli che sanno dare risposte a queste domande. La quasi totalità dei chitarristi ammalati che mi hanno telefonato mi hanno detto che studiavano dalle cinque alle otto ore al giorno, come se questa fosse la normale prassi che un musicista deve adottare per mantenersi in buona forma (che questi dosaggi siano suggeriti dagli insegnanti o non vietati dagli stessi è mostruoso in entrambi i casi). Alcuni di questi si concentrano su una sola scala od un arpeggio e studiano questi aspetti della tecnica per mezz’ora senza mai fermarsi, magari aggiungendo via via delle tacche di metronomo per raggiungere chissà quali velocità. Io mi chiedo se qualcuno abbia mai detto loro che simili torture sono l’inevitabile anticamera della distonia o di qualche altra lesione (che prima o dopo sicuramente comparirà). La distonia è la risposta all’oltraggio al quale abbiamo sottoposto la nostra fisiologia, è il resoconto dello spaventoso stress che abbiamo procurato al nostro limite fisico, è il risultato dell’ossessione che abbiamo imposto al nostro cervello.<br />
Dopo questa premessa ecco le risposte alle domande di cui sopra:<br />
1) la distonia può ritornare se si riprendono a fare gli stessi errori che si sono commessi prima. Faccio sempre questo esempio a chi mi pone questa domanda: l’alcolizzato non è più tale quando ha smesso definitivamente di bere e rimesso a posto il suo fegato. Se dopo il nostro soggetto si rimette a bere un litro di grappa al giorno, beh allora è proprio un………<br />
2) non saprei dare un numero in percentuale al mio recupero. Posso dire che la qualità del mio rapporto con la chitarra e la musica è notevolmente migliorata. Non cerco più una estetica musicale e chitarristica “ideale” ma cerco di dare al mio ascoltatore tutto ciò che la mia musicalità ed il mio gusto possono offrire, rispettando però prima di tutto quelle che sono le mie prerogative di uomo. E cioè, io sono un uomo lento che ha bisogno di riflettere e di capire, sono un uomo che ha assoluto bisogno di suono bello. Faccio musica quindi con il desiderio di far comprendere a chi mi ascolta tutte le motivazioni musicali che ho trovato dentro la partitura. Se devo suonare un Allegro sarà il MIO Allegro e non quello del metronomo e quello del mio chitarrista preferito. Quello sarà il SUO Allegro, il mio sta dentro ai miei adorabili limiti. Questi, i miei adorabili limiti, sono la grande conquista che ho ottenuto dal recupero ottenuto dalla terapia: ho capito che la musica va fatta partendo dal rispetto dell’uomo che la esegue e che quindi le otto ore di studio al giorno, per esempio, sono un dannoso ed inutile retaggio di un chitarrismo frustrato ed autoflagellante, dal sapore del castigo: ho imparato che “fare” è importante come il “non fare”, il che vuol dire che se ho studiato trenta o quaranta minuti ne farò quindici o venti di pausa, per dare il tempo alle mie muscolature di riposare per poi riprendere a studiare con la stessa voglia di quando ho incominciato. Non c’è più nei miei pensieri “DEVO RIPRENDERE A STUDIARE”. Se un passaggio difficile non mi viene non lo ripeto un milione di volte ma lo ripeto, suonato lentamente quanto serve, fino a stabilire il miglior rapporto fisico fra me e la difficoltà del passaggio e comunque per la durata al massimo di qualche minuto. Non cerco il risultato immediato ma la facilità. Suonando il brano quando arrivo al punto difficile rallento e cerco la facilità, il non sforzo: fatto questo non mi resta che aspettare, certo che il mio corpo si prenderà il tempo che gli serve per risolvere quello che gli ho appena spiegato con lo studio lento. Bisogna capire che i tempi di apprendimento e di risoluzione delle difficoltà non sono comprimibili, il corpo li risolverà quando sarà pronto a risolverli, non prima.<br />
3) no, non suono come prima perché quello che suonavo prima e come lo suonavo era qualcosa che non apparteneva alla mia fisicità, alle mie capacità tecniche naturali. Io sono stato indotto ad applicare delle metodologie di studio che, oltre ad essere estreme nell’applicazione, non facevano parte del mio sentire musicale. Prima volevo dimostrare (chissà cosa poi!!) ora voglio raccontare, a chi ha voglia di stare a sentire però. Chi desidera ascoltare prestazioni, siano esse metronometriche, filologiche, stilistiche, estetiche e bla bla bla rimarrà deluso; il mio obiettivo è il suono più bello che c’è, fare musica con calma per dare un po’ di bellezza e serenità a chi mi ascolta. In questo difficile compito metto tutto me stesso, al meglio delle mie possibilità. Adesso voglio uscire dalla sala dove ho suonato contento di aver restituito al pubblico tutte le emozioni vissute che mi hanno indotto a studiare il programma eseguito. E non sono più neanche tanto preoccupato delle imperfezioni tecniche nelle quali sono incappato perché se avrò suonato con il cuore e sinceramente ho la certezza che il mio ascoltatore, dei miei piccoli inciampi, si è già dimenticato. E non mi cruccio neanche un po’ se fra il pubblico c’è qualche gran intellettuale della chitarra che sa tutto (e che spesso non suona o, peggio ancora, suona e non dice nulla) e che mi dice “bravo” con quel sorrisetto tipico di chi pensa “ma vatti a nascondere!!!”. No, quel signore non è più un problema per me, le gabbie formali nelle quali vive sono il SUO problema. La ritrovata magia del suonare, il dopo terapia per intenderci, mi ha regalato un rapporto sereno con la mia chitarra, mi ha tolto lo stress del musicista, mi ha fatto capire che è meglio contemplare la musica che aggredirla. Mi ha fatto capire che le cose sussurrate sono sempre più convincenti delle cose urlate e che la sincerità delle intenzioni musicali, anche se non proprio aderenti ai dettami accademici, sono sempre accettate, purché rappresentino la vera continuazione dell’emozione dell’esecutore.</p>
<p>Latisana, 15 luglio 2008</p>
<p>Giuliano D’Aiuto</p>
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		<title>Forse è arrivato il momento di fare qualcosa</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 20:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per prima cosa vorrei esprimere la mia gratitudine all’amico Giuliano D’Aiuto, che mi ha offerto la possibilità di ritornare a suonare. Grazie alla sua generosità d’animo, ha messo a disposizione la propria esperienza per chi come me è incappato in quel brutto pasticcio che si chiama distonia focale. Tutto ha avuto inizio diversi anni fa: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per prima cosa vorrei esprimere la mia gratitudine all’amico Giuliano D’Aiuto, che mi ha offerto la possibilità di ritornare a suonare. Grazie alla sua generosità d’animo, ha messo a disposizione la propria esperienza per chi come me è incappato in quel brutto pasticcio che si chiama distonia focale.<br />
Tutto ha avuto inizio diversi anni fa: questa malattia si insinua subdolamente, piano piano, tanto da sembrare una carenza tecnica. Uno dei sintomi, ad esempio, è il dito che non è più perfettamente sincronizzato nel movimento come lo era sempre stato, e ciò porta inevitabilmente ad accanirsi ed a studiare sempre di più quello che viene percepito solo come un difetto ma che invece non si riesce neanche lontanamente ad immaginare a quali conseguenze porterà. Nel 2004” l’esplosione”, le dita della mano destra diventano pressoché ingovernabili e tutto questo senza il minimo dolore fisico: non potevo crederci, non riuscivo a comprendere cosa mi stava succedendo, anche il brano più semplice si era trasformato in una vetta irraggiungibile.<span id="more-39"></span><br />
Adesso si complicava tutto davvero, cosa avrei raccontato ai miei allievi, dato che insegno in una scuola media ad indirizzo musicale? Non potevo più suonare, fare sentir loro gli studi che dovevano preparare, in poche parole mi sentivo inutile. Se da un lato, l’assenza del dolore escludeva lesioni traumatiche, dall’altro la mia condizione psicologica si faceva giorno dopo giorno sempre più precaria.<br />
Tralasciare di descrivere tutti i vani tentativi che ho seguito per guarire, ma alcune diagnosi, autentiche chicche, meritano di essere citate. Da un intervento al collo, a scosse elettriche, fino ad arrivare ad un trattamento che è destinato a chi soffre di devastanti diarree: ingerire una quantità industriale di limoni…si, ci sarebbe da ridere!!! In un paese civile come il nostro, l’ignoranza dimostrata dalla classe medica a riguardo assume connotati decisamente allarmanti.<br />
Ciliegina sulla torta, riesco a mettermi in contatto con un luminare di neurologia di Genova il quale finalmente arriva a diagnosticarmi esattamene la patologia della quale sona affetto ma che umanamente si dimostra una nullità. La cura che mi viene proposta è il famigerato “botulino”. Fatta la cura con botulino però non succede niente. Tutto questo, che si può definire un vero inferno, si protrae fino a maggio 2006.  Di lì a poco un incontro fortuito con il mio ex insegnante di conservatorio Pino Briasco, porta ad una decisiva svolta.<br />
Leggere l’articolo di Giuliano sul “Il Fronimo” è stata per me una iniezione di speranza, avevo la possibilità di confrontarmi con una persona che purtroppo aveva avuto la mia stessa sorte. Tra di noi si è instaurato un rapporto di simpatia e stima e naturalmente di amicizia, capivo dalle sue parole che c’era una sola via d’uscita e che bisognava percorrerla con calma e con un lavoro senza ossessione. Capire: non è un procedimento, ma un attimo, così mi sono reso conto che per troppo tempo, forse da sempre, il mio modo di studiare aveva in parte contribuito all’evolversi della malattia. A settembre 2006 ho iniziato a studiare, dapprima 5 minuti al giorno, partendo da 40 di metronomo, poi via via aumentando la durata dello studio di poco alla volta. Ogni pulsazione era seguita da una pausa, e lo scopo era quello di portare la mano e le dita a rilassarsi. Ecco le due fasi fondamentali, la pulsazione ed il rilassamento.<br />
Apprendo queste informazioni telefonicamente: cerco di prendere nota di tutti i suggerimenti che mi impartisce Giuliano, e anche se nei primi tempi il mio cervello rema contro la mia volontà di instaurare i movimenti  giusti, dopo poco tempo inizio a vedere un piccolo miglioramento, lentamente ma progressivamente sviluppo movimenti sempre più articolati tanto che con le dovute cautele posso eseguire piccoli brani. Sono ritornato al primo anno di studio, eliminando però quel pensiero costante e ossessivo che avevo: recuperare il chitarrista che ero. Fra tutte le raccomandazioni, una in particolare mi è entrata dentro:”se pensi di ritornare a suonare come prima, distruggerai tutto, sei per adesso, un bambino che a stento comincia a fare i primi passi”. Con questa nuova proiezione di me sono andato avanti, insomma un chitarrista nuovo di zecca!!!<br />
Dopo il primo incontro con Giuliano D’Aiuto a gennaio 2007, ho lavorato ad una serie di esercizi propedeutici, monitorando il tutto davanti ad uno specchio. La mia mano acquistava lentamente più sicurezza e quando a maggio dello stesso anno ci siamo rivisti, i sintomi distonici non c’erano più. Ora mi rendo conto che ogni giorno che passa prendono corpo quelle abilità che avevo perso, finalmente posso leggere, suonare divertirmi, il mio rapporto con lo strumento è decisamente cambiato, più sereno e conscio del corpo, senza mai sforzare e soprattutto senza pretendere che le cose vengano bene dopo poco tempo. Adesso che il mio modo di studiare è cambiato, mi sorge spontanea una piccola riflessione: in fondo i musicisti percorrono dei Km sullo strumento e forse una profilassi maggiore, uno studio scientifico delle possibilità del proprio corpo sarebbe necessario, come necessaria sarebbe una divulgazione e una conoscenza di determinati argomenti.<br />
Mi auguro fin d’ora che si prenda coscienza di tutto ciò, che si conoscano i rischi di cui si può andare incontro studiando e facendo musica in modo non fisiologico. Sarebbe ora che le scuole di musica ed i conservatori  ne parlassero.<br />
La cosa peggiore, sicuramente, che ho potuto riscontrare in questa brutta esperienza è la poca od a volte totale non conoscenza delle patologie dei musicisti, ignorate oltre che dalla maggior parte della classe medica, spesso anche dai musicisti e dagli insegnanti. Ciò fa si che il malato distonico si trovi spesso in una situazione di desolante solitudine di fronte a qualcosa cui nessuno sa dargli spiegazione, od informazioni relative ad una metodologia di recupero od a centri specializzati per i musicisti.<br />
Forse è arrivato il momento di fare qualcosa.</p>
<p>Bruno Bruzzone</p>
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		<title>Padri di un futuro musicale</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 20:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ una vicenda importante avere a che fare con i giovani, perché abbiamo in mano il loro dopo. E quando il loro dopo diventerà il loro adesso non ci sarà (quasi) più possibilità di porre rimedio qualora noi, adesso, maestri e padri del loro futuro, avessimo agito male. Saranno solo loro a pagare per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ una vicenda importante avere a che fare con i giovani, perché abbiamo in mano il loro dopo. E quando il loro dopo diventerà il loro adesso non ci sarà (quasi) più possibilità di porre rimedio qualora noi, adesso, maestri e padri del loro futuro, avessimo agito male. <span id="more-21"></span> Saranno solo loro a pagare per i nostri errori, fatti di non comprensione, di vanità, di orogoglio mal riposto, di ignoranza, di grossolanità, di mancanza di cultura o di semplice non ascolto, spesso di sola superficialità. Cosa fare per fare bene con i giovani, per farne uomini liberi, musicisti liberi? Sono queste le domande che spesso mi vengono in mente, ora che sono alla soglia dell’autunno della mia vita, io che padre non sono ma maestro sì, che per forza d’istinto vivo da trent’anni di musica, quella del passato, che non soddisfa le voglie dell’attuale tempo ma che vive di lunghi tempi di assimilazione, quella musica che non si fischietta al secondo ascolto. E mi ritrovo fra le mani il futuro delle vite musicali di ragazzi che nulla sanno ancora della loro interiorità, della loro sensibilità e, a volte, della cieca fortuna che ha messo nelle loro menti fiori di suono o bellezze antiche senza tempo. Questo prezioso materiale va trattato con la massima cura, a volte con intransigenza se serve, nella speranza che insignificanti idee non si mettano a rallentare, a deviare, a bloccare lo sviluppo che si merita. E siccome il mio di papà mi ha lasciato presto, per procedere posso solo fare conto sulla mia esperienza, laddove ho messo maestri a farmi da padre e dove maestri si sono imposti come figure di riferimento, visto che non avevo altro. Così se da un lato la mia musicalità faceva a spintoni fra gli impicci tecnici che non riuscivo a risolvere, dall’altro mi ingabbiavo ad imitare modelli che non mi appartenevano, ne fisicamente ne esteticamente. Partiamo dalla fine allora. L’imitazione è certamente “il” punto di partenza ma al momento giusto, chi sta al timone, deve lasciare che la barca, se di buona fattura, liberi le sue qualità di tenuta delle onde. Ma, di solito, così non è. E allora com’è? La relazione fra insegnante ed allievo è quanto di più complicato ci possa essere in tema di rapporti. Queste due figure dovrebbero nutrirsi a vicenda di loro stessi, vivere in un continuo dare ed avere. Il maestro all’inizio deve imporsi come figura di riferimento ed aprire all’allievo la porta verso la fiducia nelle sue capacità. Il maestro poi dovrebbe avere conoscenza approfondita della materia che sta trattando, in primis le mani del futuro musicista che ha di fronte, perché è bene ricordare che ha solo quelle, di ricambio non ce né. Deve poi capire il soggetto psicologico, per poter entrare nella sua vita e poter mettere ordine nella bufera delle passioni, nelle spigolature del carattere, per poter rimuovere blocchi, chiusure, per poter invogliare alla ricerca, per poter impiantare una solida tecnica che è l’alimento per una buona musica. Ma la parte più importante deve farla l’allievo. Deve ascoltare e tradurre in energia anche le più piccole definizioni, che si porterà dietro come fedeli amiche per tutta la vita. Deve far incetta di tutti i suggerimenti che gli vengono impartiti, anche, e soprattutto, di quelli che non capisce. Deve saper aspettare che i problemi si risolvano. Deve sopportare di sentire anche quello che gli da fastidio sentire, perché forse ciò che adesso da fastidio domani risulterà un problema rimosso. Deve essere così bravo, alla fine, da capire quando è arrivato il momento di digerire il proprio maestro, di farlo uscire dalla propria vita. Dovrà serbarne un buon ricordo (anche se lo vede ogni giorno), riconoscergli dei meriti (se ne ha avuti) e porre rimedio agli errori che sicuramente avrà fatto (come tutti ne facciamo). Dovrà essere così bravo, infine, da perdonarlo, se si può perdonarlo. E se avrà fatto veramente male…allora bisognerà digerire un cattivo maestro, attività tutt’altro che facile e indolore, soggetto quest’ultimo tutt’altro che raro nel panorama didattico. Perché solo dopo averlo digerito, cioè aver assimilato le migliori parti ed espulse quelle inutili o dannose, allora, e solo allora, il cibo che ci ha fornito darà il giusto nutrimento. Fuor di metafora, significa che la vera nascita di una musicalità può dirsi solamente quando la personalità fatta non teme più i confronti, siano questi con i maestri, le partiture, gli stili, e nondimeno i giudizi dei “maestri di musica”. Solo quando avremo soddisfatto il nostro obbligo “morale” (meglio dire di uomini seri) verso chi ci ascolta, allora sì, ci sarà musica in quello che abbiamo fatto. E musica è quando il nostro ascoltatore dice: “che bello!”.Questa semplice frase racchiude tutto ciò che il musicista deve ottenere dal suo pubblico (o dal suo ascoltatore) per essere sicuro di aver fatto quella immensa, sconfinata, faticosa, difficilissima cosa che si chiama musica. E cioè aver messo totalmente a disposizione degli altri la sua più intima parte del sentire, senza veli, paure, timori, remore, vergogne, timidezze. In una sola parola, quando ha messo, in quello che ha fatto, tutto l’amore di cui dispone. E come dopo l’amore, deve nascere un senso di pace, di appagamento. Allora la musica è vita, ed è percepita come tale, come elemento che scorre vicino a noi ogni giorno, come l’acqua che ci disseta ed il sole che ci riscalda. Se così non fosse la musica diventa un arido esercizio di stile, una cosa per pochi, un servizio alla sola forma (che spesso non è mai sostanza), un omaggio a quelli che capiscono quando l’abbellimento va fatto in battere e quando in levare. Figurarsi che energia può emanare un abbellimento in battere o in levare. Tutto questo è nelle mani dei maestri, dei padri di un futuro musicale. Tutto questo in un contesto storico dove ciò che conta è la poca fatica e il divertimento, la velocità e l’immagine, la forma e la privacy. Noi li, fuori dal tempo, ad occuparci di rendere tenaci teneri tendini, a far credere nella bellezza di qualcosa che si capirà fra anni. Che strampalato mestiere è mai questo? Eppure mi cattura da una vita e non ne posso fare a meno. Questa scatola cordata parla di me con la mia voce più indifesa. Non potrò mai farla tacere. Questo è il dono che spero di saper regalare a tutti i miei allievi.</p>
<p>Giuliano D’Aiuto<br />
Latisana, 4 ottobre 2008</p>
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		<title>Il bisogno del suono</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 20:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Erano molti anni che non vedevo il mio primo maestro di chitarra e che non mi sentiva suonare. Stavo preparando dei concerti e così ho pensato di andarlo a trovare e fargli sentire il programma. Stavamo facendo due chiacchiere sulla terrazza del suo appartamento, che guarda lo splendido golfo di Trieste, quando mi ha rivolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Erano molti anni che non vedevo il mio primo maestro di chitarra e che non mi sentiva suonare. Stavo preparando dei concerti e così ho pensato di andarlo a trovare e fargli sentire il programma.<br />
Stavamo facendo due chiacchiere sulla terrazza del suo appartamento, che guarda lo splendido golfo di Trieste, quando mi ha rivolto la seguente domanda: “Ho letto il tuo curriculum sul programma del concorso di Gorizia, dove eri in commissione: ho notato che hai avuto molti maestri. Quale di questi, oggi, riconosci come tuo maestro, a quale ti ispiri?”. Sul momento non sono stato capace di dare una risposta ma questa domanda mi è girata nella testa per qualche tempo. Ora forse ho la risposta a questa domanda. La risposta è nessuno. Suona molto presuntuoso al mio lettore, immagino, come fossi io il maestro di me stesso.<span id="more-20"></span> Tutto è tranne questo. Facciamo un passo indietro. Inizio a studiare nel 1972 ed il mio primo maestro è colui di cui parlo all’inizio di questo scritto. Egli, come la quasi totalità dei chitarristi dell’epoca, viveva all’ombra del mito segoviano. In quegli anni il Maestro andaluso era l’unico riferimento certo per coloro i quali si erano avvicinati allo studio della chitarra nel dopoguerra. “Segovia fa così, ascolta il suo suono, mi raccomando usa il tocco appoggiato più che puoi” ecc ecc. Queste erano le raccomandazioni che si sentivano, altra didattica non esisteva. C’era Julian Bream, Narciso Yepez, il talentuoso ed inimitabile John Williams, ma alla fine il riferimento era lui, Andres Segovia. Le sue interpretazioni erano il mito irraggiungibile. Da li a poco nascerà un feroce antisegovianesimo che durerà un buon ventennio e che del Maestro metterà in discussione tutto. Io, come tutti i ragazzi che iniziano a studiare, adoravo il mio maestro ed ogni sua parola per me era la verità. Avevo un discreto talento ed ero considerato un buon chitarrista, “ara che el muleto sona el Capricho Arabe de Tarrega, miga monade”, questi i commenti che giravano sul sottoscritto. Ciò nonostante le mie mani in certi pezzi si fermavano e non c’era verso di superare certe difficoltà. John Williams ci riusciva ma non si sapeva come facesse. Di fatto non ci riusciva nessuno. Arrivato a diciotto anni decido che la mia vita musicale non si sarebbe rivolta alla chitarra classica ed alla prima buona occasione prendo armi e bagagli e vado a suonare musica leggera all’estero. Era il 1977. Rientro in Italia nel 1983. Con me, negli anni trascorsi fuori dall’Italia, c’era sempre una chitarra classica ad accompagnarmi, ma lo studio e la musica classica erano solamente lambite, come un lontano ricordo. Ricordo che però stava per riaffiorare. Prepotentemente. Qui ricomincia la mia frequentazione dei maestri. Dapprima quelli della mia città ma prestissimo capì che ben poco avrei potuto cogliere da questi per migliorare le mie capacità di chitarrista. Frequento negli anni successivi altri maestri, più o meno noti, più o meno in voga, più o meno segoviani. Non faccio nomi perché…perchè sarebbe troppo semplice adesso fare nomi per additare mancanze e superficialità che, peraltro, esistono ancora oggi fra gli insegnanti. Esiste una sola scusante per loro: sono passati solo venticinque anni da allora ma per il mondo della chitarra classica sembra essere trascorso un secolo. Gli anni ottanta sembrano la preistoria. Ma arriviamo a colui che ha impresso una svolta decisiva nella mia vita di chitarrista. Il maestro in questione arriva a Trieste da fuori ed infonde a molti chitarristi triestini una magica ed entusiasmante idea di chitarra. Intorno a lui si forma una piccola squadra di chitarristi che finalmente raggiunge obiettivi fino a qualche tempo prima insperati. Nel mio caso, questa frequentazione avrà due risvolti, uno positivo ed uno negativo. Mi porterà al compimento degli ambiti studi classici ma sarà, al contempo, la principale ragione che farà affermare la distonia focale, e questo per l’esasperata e maniacale frequentazione degli aspetti tecnici che da quella scuola è considerata normale. Di questa patologia potrete trovare ampia documentazione in questo sito nella sezione a questo nome. Tra l’affermazione della malattia e la sua risoluzione sono trascorsi dieci anni, dieci anni di vuoto nella mia vita di musicista. Cosa non da poco. Da notare che in quei dieci anni non ho ricevuto una sola telefonata da questo maestro, non un gesto di interesse per qualcosa che in gran parte è stata provocata dalla sua malsana idea di chitarra. Dalla guarigione della patologia nasce l’ultima parte della mia vita di chitarrista. Capito che la musica non si aggredisce ma si contempla e che la chitarra è uno strumento che deve convivere con le mie mani e non torturarle ogni giorno, posso ora dare spiegazione del perché, di fatto, non mi riconosco in nessuno dei maestri che ho avuto. La ragione è molto semplice: dai maestri ho ricevuto informazioni relative alla loro musicalità ed al loro modo di vedere questo o quell’altro aspetto tecnico o musicale. Oltre a questo, spesso sono stato soggetto/oggetto sul quale scaricare frustrazioni di vario tipo, altre volte colui sul quale proiettare ambizioni non raggiunte. Nessuno, mai, si è occupato della mia musicalità, del mio essere musicista con la chitarra, del rapporto fra la mia sensibilità estetica e la musica che suonavo. Io, di fatto, in quegli incontri era elemento terzo: prima c’era il maestro e ciò che lo interessava, poi la chitarra (o il brano che suonavo) ed infine io. Potrebbe sembrare una sorta di tarda gelosia, sarebbe molto stupido se così fosse. C’è un parallelo fra questa terzietà degli studenti e l’appiattimento musicale di oggi intorno al mondo della chitarra: la cultura dominante fa sparire l’esecutore (soggetto) per mettere al primo posto il brano in esecuzione (forma/oggetto). Siamo passati dall’aspetto sostanziale della musica (vediamo come suona questo chitarrista) a quello formale (vediamo come questo chitarrista suona questo pezzo). Fra questi due argomenti appena esposti io vedo una stretta correlazione. Oggi l’interprete non è più apprezzato per le sue capacità in senso lato e cioè per la sensibilità, la personalità, la fantasia, per la sua capacità di invenzione, ovvero tutto ciò che è legato alla sfera della unicità dell’individuo. Oggi è apprezzato l’allineamento ai canoni estetici e formali che qualcuno ha deciso essere quelli appropriati (pensa così e non con la tua testa). O sei li dentro o sei fuori. In campo didattico succede la stessa cosa. Faccio un esempio: la musica d’assieme oggi è considerata dall’universo mondo degli illuminati uno straordinario strumento didattico “perché molto formativa” dice qualcuno, senza spiegare però il perché. Io sono sempre stato contrario all’idea di mettere assieme dei ragazzi che a casa quella parte da suonare insieme agli altri non l’hanno mai letta. Ritengo sia molto diseducativo far suonare assieme dei ragazzi che non ascoltano quello che suonano gli altri perché troppo impegnati a suonare la parte che non sanno. Questa non è musica d’assieme, è suonare ognuno per conto suo in gruppo. Ma la cultura dominante, la cultura dello “stiamo assieme che è meglio” (meglio di cosa poi) dice il contrario. Siamo così costretti ad ascoltare gruppi di musica d’assieme dove c’è tutto tranne che l’assieme. Dimenticavo, che sbadato: c’è il pianto delle mamme che vedono i loro amati bimbi suonare tutti assieme (non importa come), fatto che non ha niente a che fare con la musica ma consolida i rapporti sociali fra l’insegnante buono (non il buon insegnante) e i genitori commossi. Tornando al tema dal quale mi sono allontanato, ma forse neanche tanto, la mia unicità di individuo, di musicista, non è stata mai al centro delle lezioni dei miei maestri. E lo scopro adesso, quando la guarigione dalla distonia focale mi ha (ri)portato alla mia essenza di musicista. La musica nasce da me, dalla mia interazione con la materia scritta: non è il brano, lo stile o l’autore che indirizzerà la mia musicalità, ma è la mia musicalità che ha il compito di restituire l’opera scritta su carta. È il ribaltamento del “moderno” concetto dei rapporti fra oggetto e soggetto, forma e sostanza, tra società ed individuo. Io tifo per il secondo.Indubbiamente pago, in termini artistici, questo vuoto di educazione. Me ne sono fatto una ragione ormai, anche perché il mio carattere e l’esperienza maturata mi hanno permesso di digerire i miei (cattivi) maestri. Non fanno più parte della mia vita. Ringrazio alcuni di loro perché nonostante tutto, fra gli spiragli del loro egoismo (volontario od involontario non cambia nulla, avrebbero dovuto pensarci), qualcosa è riuscito a scappare. E quel qualcosa mi è servito. Altri non sono scusati. Anche questo deve essere chiaro. Tutto questo ha radicalmente modificato il rapporto con i miei allievi e di conseguenza il rapporto fra i canoni codificati (prigioni espressive) e l’estetica chitarristica. Tifo per la seconda. La didattica non sarà a servizio di se stessa ma dovrà essere utile alla nascita di una personalità musicale, alla ricerca di una autentica espressività, questa intesa come proposta di un linguaggio originale. Questi aspetti, nella mia didattica, occuperanno la poltrona più alta. Anche la ricerca di una buona tecnica sarà al servizio del rapporto fra lo stato di benessere del musicista e lo strumento, e non come metodo per evitare le note sporche o per essere semplicemente impeccabili, che oggi è il passaporto del buon chitarrista. Le note pulite, di lirico, non hanno assolutamente nulla, non contengono nessuna energia musicale, non soddisfano l’umano bisogno del (bel) suono. E per continuare a parlare di insegnanti, voglio qui ringraziare, di cuore, quelli che mi hanno preparato alle materie complementari. Essi sono: la prof. Sonia Sirsen, il prof. Aldo Michelini, ed inoltre la maestra di canto Gloria Paulizza (il canto, un amore non ricambiato). Oltre alla loro materia mi hanno insegnato qualcosa per la quale adesso capisco non esistere moneta che possa pagarla. Queste persone, che ricorderò con affetto e riconoscenza per tutta la vita, sono state per me un vero esempio da seguire: mi hanno insegnato la generosità. Non smetterò mai di ringraziarle.</p>
<p>Giuliano D&#8217;Aiuto<br />
Latisana, agosto 2009</p>
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		<title>ABA e finale. Bravo, applausi!</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 20:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte ho come l’impressione di essere un buon osservatore. Cosa vuol dire? Vuol dire che da anni sento suonare i chitarristi definiti bravi e magari vincitori di concorsi di qualche importanza, ed io esco dalle sale da concerto un po’ deluso, a volte annoiato, altre arrabbiato di aver trascorso una serata inutile mentre potevo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte ho come l’impressione di essere un buon osservatore. Cosa vuol dire? Vuol dire che da anni sento suonare i chitarristi definiti bravi e magari vincitori di concorsi di qualche importanza, ed io esco dalle sale da concerto un po’ deluso, a volte annoiato, altre arrabbiato di aver trascorso una serata inutile mentre potevo rimanere a casa mia a guardare il fuoco del caminetto.<br />
Poi mi scappa anche la brutta idea che sto diventando vecchio e che le cose dei giovani non mi piacciono più: subito dopo però mi dico che non può essere vero perché sono ancora un bel “ragazzo”, tutto funzionante, con un neurone generoso e molto attivo!!!! Allora semplicemente penso che c’è qualcosa in questo mondo chitarristico che non mi appartiene perché sono cresciuto quando la chitarra era un’altra cosa, si nutriva di altri elementi. Illuminante da questo punto di vista l’intervista a Michael Lorimer fatta da Eduardo Fernandez sul n. 148 de il Fronimo. Questo chitarrista descrive un Segovia che forse molti di noi non conoscono, ma ancor meglio dice quello che era la chitarra intorno agli anni sessanta.<span id="more-18"></span> Non c’era, di fatto, un luogo e delle persone che sapevano costruire una tecnica chitarristica. Bisognava avere fortuna, cioè talento di natura, per suonare bene, perché nemmeno Segovia ti diceva come si doveva fare per muovere bene le dita. L’intervista ci dice anche che quello che contava era fare musica, spesso a discapito di un gesto chitarristico credibile. Come dice Michael Lorimer, tanti pensavano di essere musicisti ma in realtà suonavano male la chitarra. Oggi invece succede esattamente il contrario: quasi tutti gli insegnanti di ultima generazione sanno come far funzionare le mani, sanno anche tante cose dei compositori, sanno tante cose dei musicologi, sanno tanto insomma. E allora come mai, leggendo le interviste a Edoardo Catemario, Flavio Cucchi, Piero Bonaguri, tanto per citare le ultime cose che ho letto, tutti dicono la stessa cosa, e cioè che in giro c’è tanto sfarfallare di dita ma poca musica, ma poca poca? Non parliamo poi dei concorsi, dove ancora oggi vince chi sporca meno e chi esegue più velocemente? E la personalità, il gusto, il suono, che fine hanno fatto?</p>
<p>Ecco allora che noi chitarristi degli anni 60/70 potremmo definirci fortunati, nel senso che la sola capacità di ascolto dei Grandi dell’epoca ci ha portato ad un senso estetico e poetico che oggi sembra perduto. Sembra ancora più perduto poiché i considerevoli passi in avanti fatti dalla tecnica chitarristica hanno prodotto un notevole numero di ottimi esecutori che però difettano di questa visione poetica della musica, di quel “modo”che va oltre il dato oggettivo della doverosa conoscenza dei fenomeni musicali e chitarristici. È il dopo che non c’è: dopo la conoscenza scientifica della materia musica, la, dove la soggettività fa la differenza, c’è poco, c’è tanto d’altro ma poco di quello che all’uomo interessa di più. Il fascino e l’unicità della esecuzione. Oggi è il brano che fa l’interprete, prima c’era l’interprete che faceva vivere il brano. Io preferisco questa seconda visione. La stessa cosa mi capita a livello didattico: ho allievi provenienti da altre scuole, figli musicali di insegnanti non della mia generazione. La situazione si ripete: qui forte, qui piano, qui riprende. Scusa, ma perché non canti questa frase, sai usare il vibrato, il respiro? Dai colore a questo basso che risponde alla frase del canto, ascolta il tuo suono, è la tua voce quel suono…</p>
<p>A queste osservazioni spesso non ottengo risposta e mi tocca spiegare che le note sono solo un lascito del compositore e che la vita a quelle note deve darla l’esecutore, attraverso la sua personale visione della materia sonora. È tanto dura da spiegare. Percepisco che è un fatto generazionale e culturale. Il periodo storico nel quale viviamo lascia poco spazio al semplice stare con se stessi, ad ascoltare ed ascoltarsi, ad attendere che tutto migliori, ad aspettare e crescere. Tutto oggi ha una spiegazione e può essere realizzato in tempi brevi, è sufficiente che le regole siano più o meno rispettate. A B A e finale. Bravo, applausi! Forma contro sostanza, oggettività contro soggettività. Credo risieda qui la grande differenza fra i Grandi del passato ed i buoni chitarristi di oggi. Dice ancora Michael Lorimer: “Segovia evitava completamente l’argomento tecnica e si concentrava su “Quanto chiaramente stai parlando? Che storia stai raccontando? Quanto è coerente l’immagine musicale che stai presentando”? Credo si debba un po’ ritornare a questo sentire. Magari qualche lezione in meno di composizione e qualche ascolto in più del Maestro Segovia, per capire quanto è bella e difficile l’arte della libertà in musica.</p>
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		<title>Un tunnel lungo 20 anni</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 20:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Distonia Focale]]></category>

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		<description><![CDATA[Era la primavera del 1989, a soli 2 anni dal mio diploma in chitarra classica, quando per la prima volta mi accorsi che qualcosa nella mia mano destra non andava. Dapprima qualche lieve senso di disagio nell’esecuzione di certi arpeggi con l’anulare, che pensavo poter risolvere con una maggiore applicazione negli esercizi di tecnica. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era la primavera del 1989, a soli 2 anni dal mio diploma in chitarra classica, quando per la prima volta mi accorsi che qualcosa nella mia mano destra non andava. Dapprima qualche lieve senso di disagio nell’esecuzione di certi arpeggi con l’anulare, che pensavo poter risolvere con una maggiore applicazione negli esercizi di tecnica. In breve tempo i “lievi disagi” si fecero sempre più gravi, includendo anche il movimento indice-medio. Infine, durante l’estate, il crollo definitivo, con l’impossibilità di suonare anche i passaggi più elementari. Il tutto senza il minimo dolore. E pensare che per me era stato sempre tutto così spontaneo, così naturale… Insomma un’evoluzione simile a quella di tanti altri musicisti… ma questo lo posso dire oggi, perché allora nulla si sapeva in proposito e al massimo si parlava di “tendinite”.<span id="more-41"></span> Beh, potrei scrivere un intero libro sulle vicissitudini legate ai tentativi di risolvere il mio problema, ma cercherò di essere breve. Innanzitutto non posso calcolare le energie, il tempo e i soldi sprecati in questi inutili tentativi… Per esemplificare la cosa, posso tentare di ricordare le tipologie di “cure” da me intraprese nei primi anni, nel tentativo dapprima speranzoso e poi sempre più disperato di uscire da questo tunnel. Non farò nomi per un sentimento di umana pietà nei confronti di questi medici, vittime a loro volta di una preparazione molto dogmatica e molto poco scientifica! 1-Visita da un noto specialista di chirurgia della mano (nel milanese) che “capiva subito” il problema, risolvibile con una “operazioncina”. Cosa che io naturalmente accettavo immediatamente di fare… Grande trauma per la mia mano, lunga serie di sedute fisioterapiche, e tutto ritornava come prima. Almeno il medico fu sincero, dicendomi che “non sapeva più che santi chiamare”. 2-Visita da un noto ortopedico della mia città, il quale mi consigliava di provare con un ciclo di ionoforesi alla mano. Ancora inutile. 3-Visita da una giovane neurologa, la quale esegue l’elettromiografia, non riscontrando nulla, e (udite udite) per la prima volta mi parla di una possibile DISTONIA, aggiungendo che “se è una distonia me la tengo e non c’è nulla da fare”. 4-Due sedute (con poca convinzione) da un pranoterapeuta, che non risolve niente ma dice che qualcosa non va nella trasmissione del segnale nervoso. 5-Visita dal più noto chirurgo della mano del momento, il quale dice che l’operazione precedente non è stata fatta bene e si deve rimediare con un secondo intervento. Cosa che “naturalmente” accetto… nuovo trauma, nuova sfilza di visite e di sedute fisioterapiche. Ma mi rendo presto conto che, nonostante qualche miglioramento dovuto credo a un certo grado di adattabilità che interviene negli anni, il quadro non è sostanzialmente cambiato. Sono anni di rassegnazione, in cui non so davvero più dove andare a sbattere la testa. Continuo a studiare e, insistendo, qualche risultato lo ottengo. Riesco addirittura a vincere 2 primi premi ad altrettanti concorsi nazionali, scegliendo accuratamente i brani in modo da poterli eseguire quasi totalmente senza l’anulare !! 6-Grazie al consiglio di un amico, nel 1994 mi reco da un pianista e terapeuta di Brescia, che pur non nominando la magica parola, a mio avviso è sulla buona strada e individua l’origine del mio dramma in un’impostazione non corretta della mano destra. Mi insegna quindi i movimenti corretti, e mi dice che ne potrò uscire solo con un lento lavoro di rieducazione. Mi dice anche (e questa come vedremo è stata una grandissima fortuna) che la mia mano non sembra avere avuto danni permanenti in seguito ai 2 interventi, cosa a quanto pare piuttosto rara. Purtroppo rimane solo un buon consiglio e io non sono in grado di gestire da solo la terapia riabilitativa, per cui dopo qualche mese getto la spugna. Tutto rimane come prima, continuo sì a suonare e faccio anche qualche concerto, ma ogni volta è una tortura, perché sento che non posso esprimermi come vorrei, per cause indipendenti dalla mia volontà. Arrivo quindi quasi ad odiare il mio strumento originario e ad accantonarlo, per dedicarmi solo alla chitarra elettrica. Ma in fondo non abbandono mai la speranza. Percepisco che la soluzione deve esserci. E veniamo agli anni nostri. E’ finalmente l’era di Internet e dell’informazione automatica veloce. Questo straordinario mezzo di comunicazione mi permette di capire che nel mondo esistono moltissimi altri musicisti affetti da un disagio simile al mio, che questo disagio ha un nome (distonia focale) e che nel mondo c’è qualcuno che è riuscito a guarirne. Ma deve passare ancora qualche anno perché io venga a sapere che qui in Europa esiste una clinica che cura e guarisce la distonia focale. Decido quindi di rivolgermi alla nota clinica di Terrassa (Spagna), ma prima mi consulto con Giuliano D’Aiuto, che non conoscevo ma sapevo uscito recentemente dal tunnel. Vado a trovarlo, e capisco ben presto che è uno con le idee chiare. Mi spiega che è necessario un percorso lungo e impegnativo, una grande forza di volontà, e che bisogna mettersi totalmente in discussione come chitarristi e come persone. Capisco che, oltre a essersi curato ed essere guarito, ha compreso molto bene la filosofia che sta alla base della terapia; infatti individua subito la causa della mia malattia, una rigidità della mano e dell’avambraccio di cui in fondo sono sempre stato cosciente, ma “chi se ne frega se riesco a suonare bene?” Individua nel medio e non nell’anulare come credevo il dito distonico. Capisce che il grado di distonia, forse anche come dicevo per una certa adattabilità maturata in tutti questi anni, non è così grave e si può curare senza l’uso del “tutore”. Mi propone quindi di prendersi cura personalmente della mia mano. Ho accettato, perché come ripeto anche se Giuliano non è un medico è uno che ha molto chiari i passaggi necessari nella terapia. Allora inizio il tutto nel marzo 2008. Nei primi mesi si tratta di esercizi molto elementari. Si riparte proprio dall’ABC della tecnica. E’ la fase più delicata, perché bisogna dedicare 2 ore al giorno a esercizi noiosissimi e ripetitivi davanti a uno specchio, non è possibile “contaminarli” con altro (cioè si deve suonare esclusivamente quello), per cui è forte la tentazione di gettare la spugna. Inoltre, come se non bastasse, durante il percorso si incontrano crisi che sembrano riportarti al punto di partenza! I primi risultati arrivano dopo svariati mesi. Personalmente, dopo circa 8 mesi ho cominciato a rendermi conto che probabilmente ero sulla buona strada. Dopo 1 anno ero ormai in grado di padroneggiare l’esecuzione, sia pure a metronomo molto tranquillo. Il lavoro successivo (nel mio caso ancora in atto) consiste in una lenta e graduale crescita nella velocità. Sempre considerando (e Giuliano non si stanca mai di ripeterlo) che la “velocità” non è un concetto assoluto, ma piuttosto la derivazione di un consapevole lavoro fatto a monte sulla chiarezza e distinzione dei movimenti. Perché la distonia non è altro che la confusione a livello cerebrale tra i due movimenti fondamentali dell’azione e della distensione. Ho imparato quindi a studiare in maniera completamente diversa. Se un tempo le cose venivano da sé, istintivamente, ora sono cosciente di quello che sto studiando. Non mi dilungo su questo argomento perché già Giuliano ha scritto in proposito. Posso concludere dicendo che ho ritrovato il piacere e la soddisfazione di suonare divertendomi, che sento superata la mia malattia avendone demolite le cause. Sento che ci vorrà ancora molto tempo e non so nemmeno se potrò ritornare ad esprimermi ad alto livello. Ma ho la certezza che il percorso intrapreso è quello giusto ed il più è superato. Ringrazio di cuore Giuliano che mi ha seguito con pazienza e con tenacia in tutti questi mesi. Per me è stato il punto di riferimento fondamentale nel percorso di guarigione, e penso abbia molto da trasmettere a chi non è rassegnato e crede in se stesso. Ricordo a chi fosse interessato che la distonia può colpire anche la mano sinistra di un chitarrista e che, in presenza di sintomi privi di dolore, bisogna sempre sospettarla. NON SOTTOPONETEVI MAI A INTERVENTI CHIRURGICI!! Io sono stato fortunato, ma oltre che inutili sono spesso devastanti per il futuro di un musicista (non metto in dubbio che se vi tagliate un dito con la motosega il chirurgo sarà molto bravo a riattaccarvelo). Non pensate di ricevere indirizzi sicuri da medici comuni e nemmeno da specialisti della mano e della neurologia: purtroppo c’è ancora molta ignoranza in materia. Ancora oggi ci sono medici e musicisti che pensano incurabile questa malattia. In realtà essa, grazie ai numerosi studi tuttora in atto, sta per essere scientificamente compresa. Le cure esistono già, e oggi come oggi l’approccio della riconfigurazione dei movimenti (Sensory motor retuning) è il più testato, funziona e può essere risolutivo con la collaborazione attiva del musicista. Spero che questo mio racconto sia di aiuto agli altri musicisti afflitti dalla distonia, e a loro dico che la forza di volontà ha un potere immenso.</p>
<p>M.P.</p>
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		<title>Badate ai vostri insegnanti (ed ai Maestri affermati)</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 12:39:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano D'Aiuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Distonia Focale]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto ha inizio nell’ estate del 2008. Era passato appena un anno dal diploma con lode, un anno ricco di impegni, di importanti carichi di lavoro, ambizioni, responsabilità ed aspettative. Decisi che era arrivato il momento di staccarmi per un pò dallo strumento per recuperare tranquillità ed equilibrio interiore. Verso settembre ripresi la chitarra poiché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tutto ha inizio nell’ estate del 2008. Era passato appena un anno dal diploma con lode, un anno ricco di impegni, di importanti carichi di lavoro, ambizioni, responsabilità ed aspettative. Decisi che era arrivato il momento di staccarmi per un pò dallo strumento per recuperare tranquillità ed equilibrio interiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso settembre ripresi la chitarra poiché dovevo sostenere un esame, e li mi accorsi che c’era qualcosa di strano nel dito indice della mano destra; la cosa più ovvia che ogni strumentista fa è quella di aumentare lo studio ed in particolare la tecnica giornaliera, con esercizi mirati per il dito che non “funziona”,per riprendere al più presto l’ elasticità perduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò non portava a nessun risultato, continuavo ad avvertire forti fastidi e dei reali impedimenti che giorno dopo giorno diminuivano “l’autonomia” del mio dito; ormai riuscivo a suonare al massimo quindici minuti e poi perdevo completamente il controllo, il dito si contraeva e non riuscivo più a distenderlo, era un corpo estraneo alla mia mano e non riuscivo a controllarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisi di parlarne con un po’ di persone a me vicine, ma le risposte erano sempre le stesse: “Non ci pensare…”, “pensa a suonare e passerà….”,“è un periodo in cui sei stressato, lascia per un po’ lo strumento…”. Ovviamente nessuno di questi consigli mi condusse ad un risultato, avevo tantissima voglia di suonare ma non potevo. Così decisi di rivolgermi ad un dottore, specialista della mano e delle patologie dei musicisti, che mi diagnosticò la distonia focale al dito indice e fu molto incoraggiante dicendomi cose del tipo: “datti alla chitarra elettrica, usa il plettro e chi se ne frega del dito indice…” “dalla distonia non si guarisce…” “perché devi per forza suonare la chitarra? Fai altro…”</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un’avventura simile lo sconforto era incredibile, stavo realmente male, questa situazione mi stava portando ad una forte depressione, dopo una vita di sacrifici per arrivare ad una credibilità artistica non potevo più esprimermi attraverso la musica. Nonostante tutto non mi diedi per vinto e cercai ulteriori informazioni sulla malattia e le diverse terapie possibili, capii che quelle più accreditate erano il botulino oppure una riabilitazione chiamata SMR che si poteva fare presso una clinica a Terrasa (Spagna). Insieme al mio medico escludemmo il botulino poiché questa diventava solo una soluzione tampone che non portava ad una reale guarigione, e poi vista la mia giovane età non conveniva dipendere per tutta la vita da questa tossina. Decisi così di ricorrere alla riabilitazione tramite SMR. Contattai la clinica di Terrasa ma purtroppo l’intero percorso riabilitativo aveva dei costi troppo elevati per le mie possibilità economiche; navigando per il web trovai il sito di Giuliano e decisi di contattarlo per avere un confronto ed un consiglio da una persona che aveva avuto gli stessi problemi. Parlando con lui capii che si trattava di una persona molto precisa e seria, che aveva una piena consapevolezza della malattia e che mi avrebbe potuto offrire l’opportunità di seguirmi in un percorso riabilitativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così iniziammo a lavorare insieme da Settembre 2009; all’inizio è stata molto dura, dovevo seguire le indicazioni alla lettera, e nonostante gli impegni di lavoro non passava giorno in cui non mi esercitassi. I risultati, specie per i primi mesi, erano miseri, ma non mi fermavo mai anche grazie all’aiuto di Giuliano che mi aiutava a continuare e ad insistere su questa strada. Nel frattempo ero costretto a rifiutare i concerti che mi venivano proposti, ed è inutile nasconderlo che il rammarico per queste occasioni perdute era forte, c’è sempre la forte paura di uscire dal giro che uno con tanta fatica s’è guadagnato.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso dicembre 2009 ci fu un black-out totale, per una ventina di giorni tutto sembrava buttato al vento, avevo perso tutto quello che avevo guadagnato nei mesi precedenti e mi sembrava di essere ritornato al punto di partenza. Questo è stato, a mio avviso, il punto cruciale della mia distonia, l’ultima grande battaglia che ha visto un vincitore anzi due: IO E GIULIANO. Da quel momento in poi tutto è andato per il verso giusto, i miglioramenti erano costanti e continui fino a che il 28 marzo 2010, data dell’ ultimo incontro, è stato accertato anche dall’ occhio esterno di Giuliano il mio COMPLETO e TOTALE RECUPERO. E’ stato una cosa incredibile aver recuperato a pieno l’uso dell’indice in così breve tempo, tutto questo grazie alla determinazione, costanza e perseveranza, ma sopratutto grazie alla consapevolezza di un chitarrista “nuovo”, più attento alle esigenze del proprio corpo. Per chi si trova a leggere queste righe e rivive la mia stessa situazione vorrei dire che una speranza c’è, basta però capire che:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>bisogna ripartire da zero, anzi da meno uno,</li>
<li>bisogna rimettersi totalmente in discussione,</li>
<li>bisogna accantonare la precedente visione chitarristica e avere una forza interiore e una voglia di tornare a suonare tale che ti spingano a superare tutte le difficoltà del cammino.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Se ci si ammala e perché il nostro cervello vuole difendersi e non vuole più farsi del male, bisogna capire questa cosa fondamentale e ritrovare un equilibrio che molte volte, per diverse circostanze, può perdersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo vi consiglio di non seguire mete irraggiungibili e mantenere sempre una certa distanza da tutti quegli insegnanti che non fanno altro che proiettare su di voi le loro ferree certezze, dove o si suona come loro o niente, senza magari capire che ogni persona è diversa dall’altra, ha i propri tempi, le proprie potenzialità, i propri gusti musicali da mantenere e rispettare.</p>
<p style="text-align: justify;">A me tutto ciò è capitato ed ho sofferto molto per questa situazione; quello che doveva essere solo un periodo di perfezionamento si è trasformato in una catastrofe; mi è stato imposto di cambiare tecnica, estremizzando la forza nelle dita, e col senno del poi tutto ciò m’ha portato a delle gravi conseguenze che rischiavano di diventare irreversibili. Badate bene al vostro insegnante e se vi chiede cose che dopo un periodo di prova danno fastidio al vostro corpo o non funzionano lasciatele stare, magari sono fatte per altre mani e non per le vostre.  La cosa più importante è suonare in sintonia con il proprio corpo e capirne le esigenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non smetterò mai di ringraziare la persona che mi è stata vicino dandomi l’opportunità di rinascere, Grazie Giuliano.</p>
<p style="text-align: justify;">A. C.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non ti stancar di strappare spine</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di seminare all’ acqua e al vento.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La storia non miete a giugno </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>e vendemmia ad ottobre</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ma ha una sola stagione</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>il tempo. </em></p>
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